Coronavirus, la "Fase due": ecco perchè è giusto riaprire prima il Sud

06.04.2020 22:24 di Mattia Dalmazio   Vedi letture
Fonte: Corriere dello Sport
Coronavirus, la "Fase due": ecco perchè è giusto riaprire prima il Sud

Strette nelle fiamme del virus, chiuse alle stesso modo, stanno due Italie diverse: per un Nord dove il contagio ancora arde, c’è un Centrosud che non teme più tanto di bruciare. La differenza conta, adesso che i morti iniziano a scendere - ieri 525 - e si parla di riaprire l’Italia.

L’emergenza sanitaria ribalta il tradizionale racconto del Paese duale, come si evince dalla tabella elaborata da Massimo Razzi sugli ultimi dati disponibili nella macroregione settentrionale ci sono fin qui 13.493 morti, 2.842 ricoverati in terapia intensiva e un positivo ogni 280 persone; nelle regioni del centro i morti sono dodici volte di meno, e cioè 1.134, gli intubati 676 e c’è un positivo ogni 805 persone; se poi guardiamo al Sud le vittime scendono a 583, i rianimati a 378 e i positivi sono appena uno ogni 1.913.

È una geografia sostanzialmente stabile, come si ricava dalle immagini epidemiologiche dell’Italia pubblicate qui sopra: la variazione giornaliera dei contagi, cioè il totale dei casi rispetto al giorno precedente per provincia, colora di blu il Nord e di azzurro-cielo il resto del Paese, con gradazioni pastello nel Mezzogiorno. Dove il numero dei contagiati rispetto a quello dei sani è irrilevante, come dimostra la cartina della penisola a gradazioni di rosso.

Vuol dire che il Coronavirus ha invaso in maniera massiva solo un’area del Paese, e ha letteralmente sfondato solo in una regione. La Lombardia ha la metà dei malati di tutto il Nord e i due terzi dei morti, a riprova di come l’incendio pandemico abbia conservato lo stesso epicentro dal 21 febbraio, data del primo caso accertato, a oggi. Vuol dire anche che il Mezzogiorno è riuscito ad arginare l’epidemia, grazie alle misure di isolamento imposte al Paese e a una risposta sanitaria che fin qui si è rivelata all’altezza della sfida. Si temeva che il dilagare del contagio avrebbe messo a dura prova le più fragili strutture rianimatorie del Sud. A tutt’oggi ci sono terapie intensive di Bari, Campobasso e altri ospedali meridionali che ospitano pazienti trasferiti dal Nord, e non viceversa.

Di questa mappa epidemiologica non può non tenersi conto adesso che ci si propone di programmare una riapertura parziale, disegnando una strategia della fase due centrata su cinque punti: 1) distanziamento sociale e obbligo di mascherine; 2) rafforzamento della medicina di territorio per individuare e isolare, attraverso un più largo uso dei tamponi, i positivi e i loro contatti; 3) apertura di ospedali deputati a trattare solo i malati di Covid; 4) impiego dei test sierologici per verificare le condizioni di immunità della popolazione; 5) tracciamento dei contatti e telemedicina per seguire i pazienti attraverso un’apposita app.

Il dibattito sulla tempistica della fase due ha fin qui evidenziato una divergenza temporale: c’è chi vorrebbe sciogliere una parte dei vincoli dopo Pasqua, chi aspetterebbe maggio, chi addirittura non lo farebbe prima di giugno. I numeri qui riportati suggeriscono di sostituire la discriminante del tempo con quella geografica. La riapertura non può prescindere dalle diverse condizioni del Nord, che ha il 45 per cento della popolazione e l’80 per cento di tutti i contagiati fin qui censiti, e del Centrosud, dove le percentuali si ribaltano: gli abitanti arrivano al 55 per cento e i malati sono solo il 20 del totale.

Queste differenze raccontano un Paese che aspetta, chiuso nella morsa dei divieti, che la Lombardia spenga l’incendio divampato nei suoi ospedali. Sarebbe un paradosso che, di fronte all’ipotesi di una ripresa delle attività, la geografia del virus fosse ignorata. Eppure accade di sentire qualche epidemiologo, come Vittorio Demicheli sul Corriere della Sera di ieri, sostenere che «il differenziamento geografico non ha senso», e che anzi «la riapertura dovrebbe iniziare dalla Lombardia, perché ha una percentuale di immuni superiore a quella della Sardegna».

Di fronte a simili affermazioni, il cittadino profano può convincersi che perfino la scienza è un’opinione, a cui non sono estranei pregiudizi culturali, rivendicazioni identitarie, o rivalità ideologiche. Una volta tanto non resta che sperare nella politica. A cui compete una decisione che compari gli obiettivi epidemiologici con i costi sociali ed economici del Paese.