Il coro “serie b, serie b”
Un brivido lungo 6887 giorni

“Un battito, vent’anni son volati via in un attimo”: così canta Max Pezzali in un brano che si chiama “Sempre noi”. Emblema, nel titolo e nella strofa, di quanto successo domenica al “Ceravolo”. Non saranno due decadi esatte ma quasi due decenni si, per la precisione 6887 giorni. Un’eternità, un’era…calcistica visto il “campo” di cui si parla. Tanto, troppo tempo, un lunghissimo tunnel buio che ora sembra essere arrivato all’ultimo chilometro. Il Catanzaro in quel tunnel ci era finito nel 2006 e da allora – salvo un paio di soste in rigeneranti autogrill ma come tali, di passaggio – da allora il Catanzaro ha visto la luce poche volte. L’ultima, chiara, bella, emozionante, vincente, gioiosa era stata quasi due decenni fa.
E ha una data precisa: 25 aprile 2004, esattamente 6887 giorni orsono. L’ultima volta in cui al “Ceravolo” si è sentito il coro “Serie B, serie B”, più che un bellissimo vociare, una melodia, ancora più emblematica della canzone di Pezzali citata all’inizio. Dentro quel coro c’è tutto: l’obiettivo, la voglia, l’entusiasmo. La fine del tunnel. Lo stesso era accaduto il giorno della liberazione del 2004, data iconica simbolo del senso di liberazione dopo anni di oblio e depressione calcistica. Ma quante differenze con quella domenica di aprile.
Allora l’iconico “Serie B, serie B” partì alla fine della gara contro l’Acireale, dopo aver sentito alla radio i risultati degli altri campi (eh già, non c’era mica la diretta tv) e dopo aver assistito a una partita da tregenda. Pioggia battente (molto di più di quella che ieri per un po’ ha bagnato il “Ceravolo”), risultato in bilico, guardalinee infortunato, gol agli avversari annullato per fuorigioco oltre il novantesimo. Insomma, un cardiopalma molto più lungo di quello della gara con l’Avellino, durato solo sessantanove minuti, fino cioè al gol di Iemmello del 2-1.
E si, perché pare essere un assioma quello che lega l’entusiasmante coro degli spalti con la storia dei bomber. Oggi è Iemmello, ieri era Corona, match winner contro l’Acireale. Il goleador odierno e il suo idolo da bambino: Giorgio e Pietro, la storia che si materializza con la maglia numero 9 e contribuisce in modo prepotente a scaldare il cuore e le ugole dei tifosi. A vederla dal lato tecnico rappresentazione plastica che per vincere “ci vo a punta”.

Analogie e differenze, quante cose sono cambiate in 6887 giorni. Società, calciatori, anche un po’ lo stadio, l’avversario di certo benchè con qualche similitudine. Ieri l’Acireale, all’epoca avversario classico dei tornei di serie C e conquistatore di un playoff proprio al “Ceravolo” la stagione precedente – con il gol di Corona che ebbe il sapore della vendetta sportiva -. Oggi è l’Avellino altro avversario ben conosciuto, con sfide in serie A tra due delle pochissime rappresentanti del Sud nella massima categoria. E anche loro, a volte, predatori in casa nostra come due stagioni fa quando vinsero per 1-0 con un gol in netto fuorigioco. Sulla panchina irpina all’epoca c’era Pietro Braglia, colui che, da allenatore delle Aquile, ascoltò, insieme a tutta la squadra, quel coro b…ellissimo in quel celebre 25 aprile 2004.
Oggi l’allenatore si chiama Vivarini, filosofia di gioco e carattere diverso da “Pierino la peste” ma accomunati dal sapere guidare una squadra capace, in maniera diversa di entusiasmare, emozionare, far saltare di gioia. E gridare a squarciagola “serie B, serie B”. Perché in vent’anni sono cambiate tante cose ma quello che rimane è il fuoco del popolo del Catanzaro, una miccia mai spenta pronta a riesplodere, pensando che anche se “vent’anni son volati via in un attimo” quel che resta siamo “sempre noi”.


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