23 Novembre 2022

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L’INDICE DI LIQUIDITÀ

scritto il: venerdì, 29 Aprile 2022 - 15:00

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Qualche mese fa, durante il cosiddetto mercato di riparazione, alcune società dovettero fare i conti con l’indice di liquidità. Alcuni neppure sapevano cosa fosse: fra loro, l’allenatore della Lazio, Maurizio Sarri, che ai microfoni di Dazn si lasciò andare ad una battuta che avrebbe fatto il giro del web: «so che siamo un po’ bloccati dall’indice di liquidità, che non sono riuscito neanche a capire cosa cazzo sia».

Al vulcanico Mister, e ai lettori, spieghiamo che si tratta di uno strumento che manifesta la capacità dell’impresa di onorare gli impegni finanziari assunti. Si calcola con un rapporto fra attività disponibili e debiti a breve termine. Questi ultimi sono facilmente intuitivi. Le prime, invece, sono i denari già in cassaforte o quelli rapidamente realizzabili (nel calcio, evidentemente, tramite la cessione a titolo oneroso di uno o più degli elementi in organico). Per fare un esempio semplice, se una società ha “100” attività disponibili e “100” debiti a breve termine, il suo indice di liquidità sarà pari a uno (buono). Se ha “50” di liquidità e “100” debiti, lo stesso indice sarà pari a 0,5 (medio).

Per l’italico calcio, non si tratta di una novità assoluta: da diverso tempo, l’art. 85 delle Norme Organizzative Interne della Federazione (NOIF) fa espresso richiamo all’«indicatore di liquidità». Tuttavia, se la sanzione per il mancato rispetto, in precedenza, era il non poter compiere operazioni in entrata in sede di calcio mercato, da qualche giorno l’indice in parola, per volere della Federcalcio, è diventato requisito indispensabile per potersi iscrivere al campionato di competenza.

Più in particolare, l’indice di liquidità è stato fissato a 0,5 per la massima divisione e a 0,7 per le altre due serie professionistiche. Nella nota della FIGC, emessa dopo la riunione del 26 aprile scorso, si legge testualmente come sia stato approvato un impianto «di norme relative alle Licenze Nazionali valide per l’iscrizione ai prossimi campionati, che prevede il rispetto di un parametro, tra gli altri, quale l’indice di liquidità dal valore di 0,5 per la Lega di A e di 0,7 per Lega B e Lega Pro». La serie A chiedeva lo 0,4, ma il Presidente Gravina non ha voluto sentir ragioni, sostenendo che l’obiettivo «è l’evoluzione del calcio italiano. Non possiamo dire cambiamo il calcio e poi fare di tutto per conservare lo status quo. Non è accettabile. Bisogna spingere al massimo sull’acceleratore per un percorso di riforme. Questa è la mia posizione politica e quella della maggior parte dei consiglieri federali».

In estrema sintesi, la Federcalcio non desidera più società incapaci di far fronte alle proprie obbligazioni, che non abbiano le risorse economiche per concludere una stagione agonistica. In serie A, almeno la relativa metà dovrà essere garantita. In B ed in C il 70%. Per partecipare ai tornei, tutte dovranno “cacciare i soldi” (leggasi aumento di capitale) oppure procurarseli velocemente vendendo i propri calciatori. Facile nella massima divisione, più complesso in cadetteria, quasi impossibile in serie C. In quest’ultima, saranno davvero tante, a luglio, le società a rischio iscrizione, e sembra che la stessa spada di Damocle penda su qualcuna delle sorelle dell’attuale categoria superiore.

Insomma, non è impossibile che, fra pochi mesi, si giunga ad un’autentica rivoluzione, che del resto è lo scopo di quelle riforme alle quali ha accennato Gabriele Gravina. I club che non potranno dimostrare il proprio stato di salute, e quindi la loro continuità aziendale, scompariranno dalle mappe del calcio professionistico.

Alea iacta est.

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