Catanzaro-Bari un anno dopo: tra conferme e mancanze, oltre dodici mesi di calcio “malato”

Gli urlacci chiari degli allenatori dalle panchine, i fischi sordi dell’arbitro nel vuoto: fece impressione quel silenzio surreale che quel 9 marzo del 2020 fu il protagonista, vero, di Catanzaro – Bari. Sapevamo che era necessario, pensavamo sarebbe durato poco. La cosa più triste è che, poco più di un anno dopo, un Catanzaro – Bari dopo, a tutto questo ci siamo abituati. Quella che fu l’ultima partita in Italia prima del lockdown e dello stop a tutte le manifestazioni sportive, ritorna dopo oltre 365 giorni in cui, nostro malgrado, poco o nulla è mutato. Il pallone c’è, cambiato, strano, incredibile, ma c’è. E solo il fatto di poterlo guardare – anche se solo in tv – di poterne discutere tra critiche e elogi è già tanto.

Per il resto però il mondo intorno resta pressoché uguale: tanti contagi, troppe vittime, rinunce. Il lockdown, almeno da noi, non è ferreo come un anno fa, mentre la domanda “oggi di che colore siamo?” è una costante presa con ironia per evitare di rattristarsi. Ci sono i vaccini ma nella nostra terra martoriata mancano di organizzazione. Ci sono le scuole, caposaldo del livello di civiltà di una nazione, che un giorno sono chiuse e l’altro sono aperte. Ci sono, in generale, tante cose nuove ma anche vecchi inossidabili capisaldi.

C’è il Catanzaro, solida colonna delle nostre vita, in salute e in malattia. Ci sono i suoi tifosi, belli e pazzi, a volte più belli, altre volte più matti. Ci sono nuove figure in società, nuovi calciatori, ma c’è quel simbolo che rimane. Quell’aquila imperiale che scruta il mondo dall’alto dei tre colli e si accorge che mentre il mondo cambia, il giallorosso resta e si mescola vorticosamente: non è un caso se ora, un Catanzaro – Bari dopo,  dopo che siamo stati zona rossa e zona gialla, siamo quei due colori miscelati insieme, l’arancione.

D’altronde in questi dodici mesi di pandemia ne abbiamo viste di tutti i colori sul prato verde ma anche fuori. Abbiamo, per esempio, dovuto salutare due personaggi che hanno avuto a cuore le sorti del Catanzaro: Giuseppe Cosentino e Fabrizio Ferrigno e di recente il Covid ci ha portato via anche Antonio Vanacore, che anche se per poco, ha vestito quella gloriosa casacca. Anche lei, la maglia del Catanzaro, ne ha viste tante. Dalle discussioni su chi meritava di indossarla, alle cromature che una volta portavano bene e l’altra erano meglio da cambiare.

Resta il “Ceravolo”, tempio ora vuoto di persone, ma ricco di parole e promesse. A metà tra la tradizione storica e i progetti futuristici. Restano anche gli altri impianti sportivi della città, privi di quel movimento che animava le domeniche tutti i quartieri e i paesi della provincia. Mancano i bambini nei cortili con quel pallone sempre protagonista e i ragazzi che prenotavano il campetto in erba sintetica.

Da un Catanzaro – Bari ad un altro insomma: sono passati dodici mesi perché il calendario ha desiderato che si rigiocasse a Marzo, il mese che mai dimenticheremo perché fu quello in cui iniziò la pandemia. Ma è anche quello in cui nasce la primavera. La speranza allora, visto che la partita sarà proprio il 21 marzo, è che da un  Catanzaro – Bari inizio del buio, si passi ad un altro, genesi di periodi di luce. La luce del sole, quell’astro che come l’Aquila imperiale guarda tutti dall’alto ed è formato da quei due colori che ci saranno sempre: il giallo e il rosso.


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