Maradona, quanti intrecci con il Catanzaro

Dall’amichevole col Santos del 1972 all’appellativo di Massimo Palanca, “O’Rey”: la Catanzaro calcistica è sempre stata vicina a Pelè. Così nell’eterno duello tra i due più grandi della storia del pallone Pelè, appunto, e Maradona, sui tre colli sembra prevalere il primo. Ma a qualche ora dalla sua scomparsa si scopre, anzi si riscopre, come anche il “Pibe de oro” ha avuto intrecci fortissimi con la squadra di calcio e la città. L’amicizia stretta con Stefano Ceci, ristoratore di Lido oppure quella col procuratore Carlo Diana sono arcinote, ma ben altri legami uniranno, in maniera diretta o indiretta, per sempre Maradona alla storia del Catanzaro. Una storia che ha, tra i grandi rimpianti, quella di aver visto la seria A l’ultima volta nel 1983, un anno prima l’arrivo di Maradona in Italia. Lo scontro quindi salta ma un catanzarese ha la fortuna di giocarci insieme. Massimo Mauro infatti nel 1989 veste l’azzurro del Napoli e conosce la forza, la classe, il carisma di Maradona. Lo racconta lui stesso in un’intervista a Repubblica: “Poi in un pomeriggio di settembre, un Napoli-Fiorentina: ”0-2 alla fine del primo tempo, esce Mauro, entra Maradona. Il San Paolo va in delirio, e come finisce? 3-2 con Diego protagonista…”. Un altro ex giallorosso, catanzarese di adozione, fu invece l’uomo che passò il testimone a Maradona. Stesso ruolo, stesso piede preferito, il sinistro. Anche se “lui lo aveva molto meglio, è stato uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, non mi posso nemmeno accostare lontanamente a lui”. Parole di Massimo Palanca che va via dal Napoli nell’anno in cui arriva Diego, anzi nello stesso mese, forse a distanza di giorni, nel giugno del 1984.In quegli anni, un ragazzino napoletano ammirava Maradona e sognava di imitarlo. Perché il compianto Fabrizio Ferrigno ha sempre ammesso di essere un suo grande estimatore e quando segna da centrocampo contro la Sambenedettese il paragone con la rete dell’argentino fatta al Verona non gli dispiace affatto, anzi. Oggi nei paradisi calcistici i due si ritroveranno a palleggiare come fatto nel 1990 quando un diciassettenne Ferrigno si allenò per qualche mese con Maradona al Napoli prima di passare al Casarano e iniziare la sua carriera mentre quella di Maradona iniziava la parabola discendente. Quella stessa parabola che li accomuna in quel gesto tecnico indimenticabile.Gesti che per Maradona erano la quotidianità, gesti spontanei, naturali, fin da quando era giovanissimo. Fin da quando cioè l’ex allenatore del Catanzaro Gianni Di Marzio lo scoprì in Argentina. A suggerirglielo un calabrese, della provincia di Cosenza, emigrato da 20 anni, Settimio Aloisio. Tra i responsabili della sezione calcio della polisportiva Argentinos Juniors – prima squadra di Maradona – era un tifoso del Catanzaro e, come gratitudine verso Di Marzio quando allenò le Aquile, diede questa dritta all’allora tecnico dei partenopei. Di Marzio, ovviamente, si convinse subito, il presidente del Napoli no e così Maradona arrivò in azzurro solo sei anni dopo.Da li la sua fama cresce anche perché, quasi da solo, vince il Mondiale dell’86 ed entra nel mito. Un mito conosciuto da tutti, immortale, unico. Per questo quando qualcuno fa un fotomontaggio con lui che tiene in mano un cartello con la scritta “voglio il Catanzaro in serie A”, l’immagine diventa virale e, anche se palesemente falsa, fa sognare e mette allegria. Guarda caso due delle cose che a Maradona riuscivano meglio.Un altro aneddoto è legato all’arbitro Paolo Tubertini di Bologna che fu assistente nella fara di Serie A giocata al San Paolo di Napoli contro la Juventus. Il Tubertini di cui parliamo (foto articolo) è il papà di Matteo Tubertini consigliere delegato della Guglielmo S.p.A. sponsor dell’U.S. Catanzaro.


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