Quel silenzio che uccide una passione: addio Catanzaro Calcio a 5

Scompare nell'indifferenza la principale squadre calcettistica della città Capoluogo di Regione
 di Francesco Calvano  articolo letto 3651 volte
Quel silenzio che uccide una passione: addio Catanzaro Calcio a 5

Il Catanzaro calcio a 5 Stefano Gallo chiude i battenti. La notizia di oggi (clicca qui), piombata all’improvviso sul già nebuloso universo sportivo cittadino, deve fare molto riflettere. Dietro il fallimento per motivi economici dello storico sodalizio giallorosso, c’è il fallimento di tutta una città. La stessa che, ad esempio, non ha saputo accogliere una squadra militante in serie A2 per carenze strutturali tanto ataviche e quanto palesi. Il trasferimento nel palazzetto di Pentone che -  anche se ricadente nel territorio di Catanzaro – è un altro Comune, con tutte le logiche dinamiche finanziarie, è già di per sé un segnale preoccupante. Può un capoluogo di regione con tre, dico tre, palasport (di cui uno intitolato allo stesso grande ex giocatore di cui la società onora il nome e la maglia) fare sì che una società sportiva militante, lo ribadiamo, in serie  A2 debba uscire dai confini comunali? Può, una piccola società rimettere a nuovo, modernizzandolo e mettendo a norma, un intero palazzetto da sola, senza l’aiuto di nessuno? Può una squadra che punta a mantenere il nome di Catanzaro nei palcoscenici più alti d’Italia, anche per un ritorno d’immagine della città stessa, mantenere giocatori – molti dei quali provenienti da fuori - senza l’ausilio di uno sponsor o con soli pochi di essi? E, come per i palazzetti, non è che imprenditori ne manchino. Certo, non siamo Milano, ma qualcuno che possa investire, almeno nel calcio a 5 dove le spese rispetto al calcio a 11 sono molto minori, sicuramente c’è. Ma costui si nasconde dentro il suo orticello e poi pretende, magari, di assistere alle partite gratis. E allora viene da chiederci se una città che non brilla per le politiche giovanili e che offre poco agli stessi per uscire dalla monotonia e, in alcuni casi, da cattive strade può rimanere inerme davanti alla scomparsa di una società sportiva così importante? E il discorso, ahinoi, è generale perché quello del Catanzaro calcio a 5 è l’ultimo, ma uno dei più prestigiosi, esempi di realtà cittadine culturalmente ed economicamente importanti lasciati morire nell’indifferenza generale. Che fine ha fatto la squadra di pallavolo che faceva sognare negli anni ‘80 al Palagreco? Beh, in realtà sarebbe da chiedersi, che fine ha fatto il Palagreco? E il basket che riempiva il Palagiovino? Boh, morto al freddo e al gelo in un impianto in cui spesso si rompe la caldaia. E il PalaGallo? L’impianto nato nella difficile periferia cittadina per farla rifiorire seccatosi come una pianta senz’acqua. Più che un impianto, un rimpianto, anzi solo un pianto, lungo, singhiozzato, ininterrotto. Come quello che ci viene oggi nel sentire della fine del Catanzaro calcio a 5. Per quello che ha rappresentato a tutti i livelli, ma anche per com’è avvenuto. Nel silenzio e nell’indifferenza generale. De Andrè diceva: “cari fratelli dell'altra sponda, cantammo in coro già sulla terra, amammo tutti l'identica donna, partimmo in mille per la stessa guerra; questo ricordo non vi consoli, quando si muore si muore si muore soli”. Ma un qualcosa di positivo in tutto questo c’è. Perché, suo malgrado, il Catanzaro calcio a 5, può essere la vittima sacrificale per un futuro migliore. L’agnello messo sull’altare per mettere la realtà davanti a tutti. Per far capire realmente le cose come stanno. In una città abulica, infatti, solo quando qualcosa di grosso accade, se ne prende atto. Muore un ragazzo per droga? E allora tutti a scoprire che in città c’è un grosso giro. Un acquazzone mette in ginocchio tutti? Ed ecco la consapevolezza che le nostre fogne fanno “acqua” da tutte le parti. Fallisce una società sportiva? E quindi tutti a venire a conoscenza che fare sport qui è forse davvero così difficile. E allora, quasi-quasi meglio così, meglio scomparire che restare in una città che non merita chi prova con lo sport a farci salire di categoria. E non solo quella sportiva. Ma evidentemente siamo destinati a restare dei semplici dilettanti.