Mi ritorni in mente: Adriano Banelli e il giallorosso cucito addosso

21.01.2013 07:38 di Redazione CatanzaroSport24  articolo letto 4661 volte
Fonte: Daniele Mosconi per tuttolegapro.com
Mi ritorni in mente: Adriano Banelli e il giallorosso cucito addosso

Nel calcio ci sono date che rimangono impresse nell'immaginario collettivo, tanto da diventare come dei cimeli da mostrare per ricordare eventi indimenticabili accaduti quel giorno. Quante volte, girando per le città si vedono i muri con scritti dei numeri, sconosciuti ai più, che sono il simbolo di qualcosa che non deve essere dimenticato? Una coppa, un campionato vinto, oppure una partita con la data e il risultato per esaltarsi o dileggiare gli altri.

La data per eccellenza in Italia è divenuta il 5 maggio 2002, madre di tutte le beffe che il calcio ricordi: lo scudetto perso dall'Inter a favore della Juventus di Capello (il pianto di Ronaldo fece il giro del mondo), quando a novanta minuti dalla fine i nerazzurri erano avanti di un punto sui rivali bianconeri. Oppure il 25 maggio 2005, quando il Milan, a Istanbul perse la finale di Champions League (dopo i rigori) contro il Liverpool, quando all'intervallo era avanti per 3-0.

Abbiamo preso ad esempio eventi conosciuti da tutti - per lo più nefasti - ma per tornare al nostro mondo - alla Lega Pro per intenderci - c'è una data che rimarrà indelebile nel cuore dei tifosi del Catanzaro: 26 giugno 1971, stadio "San Paolo" di Napoli. Si gioca lo spareggio per andare in A tra i calabresi e il Bari. Quel giorno c'era una regione intera a spingere le aquile giallorosse.

Perché divenisse realtà, c'era bisogno del fato, di qualcosa di magico. Questo accade grazie a un figlio della Calabria, uno nato e cresciuto in quella terra: Angelo Mammì da Reggio Calabria. Diventa lui l'eroe, quello che porta non solo il Catanzaro in A per la prima volta nella sua storia, ma un'intera regione.

Le Leggende nel calcio nascono in questa maniera, non solo vincendo palloni d'oro in produzione industriale, ma in maniera molto semplice, con ingredienti all'apparenza quasi scontati e per questo non presi in considerazione. Mammì da quel giorno divenne quel qualcuno che a Catanzaro, quando se ne parla, fa venire non solo i lucciconi agli occhi, ma fa anche tornare alla mente quella prima lettera dell'alfabeto che nel calcio significa incontrare le grandi piazze del calcio: Napoli, Milan, Inter, Juventus. Sfidarle e vincere, regalando una rivincita sociale per qualche ora a quella gente che con una valigia piena di speranze (i sogni allora costavano troppo) ha lasciato la propria terra (la Calabria appunto) per darsi un futuro migliore e sicuramente più degno. Il Catanzaro in A era anche quello: l'orgoglio di sentirsi felici e non solo parti di un ingranaggio che poteva chiamarsi Fiat o Alfa Romeo, dove si andava per portare il pane a casa.

In quella squadra tra i tanti che hanno inserito il loro nome nell'arca della gloria giallorossa, oltre all'eroe Mammì (scomparso all'età di 57 a Pagani) c'era anche il protagonista di questo nuovo appuntamento con "Mi ritorni in mente": Adriano Banelli. Una vita nel Catanzaro, capace di indossare questa gloriosa casacca per ben 12 anni: dal 1967 al 1979.

In quel calcio, completamente diverso da questo, giocare con una maglia per tanti anni era normale, ma si poteva arrivare ad un massimo di cinque, sei, massimo sette anni, eppure quando si resta in una società per così tanto tempo, qualcosa si è dato, si è trasmesso e si è ricevuto. Non si passerà più inosservati. Banelli è stato parte di un sogno realizzato e Catanzaro, città passionale come lo sono tutte quelle del Sud, non dimenticherà mai.

Per la città delle aquile non si è fermato solo a fare il giocatore, perché ha anche vissuto un'esperienza come allenatore dei giallorossi, prima nelle giovanili (tanto da vincere l'unico scudetto Berretti della storia del club calabrese (1992), formando talenti poi divenuti ottimi giocatori come Antonio Criniti (poi nella prima squadra dal 1987 al 1991), Massimiliano Esposito (giocò nella Reggiana in A), Domenico Giampà e Umberto Brutto (ala destra che indossò anche la casacca del Catania).

Partito dal suo paese, Città di Castello (provincia di Perugia) un giorno del 1967, mai avrebbe pensato di poter scrivere pagine e pagine di storia del Catanzaro, insieme a compagni di squadra poco conosciuti dai più giovani, ma capaci ancora oggi di far venire la pelle d'oca solo a scriverli, per chi quella squadra l'ha vissuta:

Portieri: Pozzani e Bertoni

Difensori: D'Angiulli, Pavoni, Maldera, Silipo, Benedetto, Zuccheri

Centrocampisti: Busatta, Franzon, Seghezzi Bertuccioli, Banelli, Bassi

Attaccanti: Spelta, Mammì, Braca, Gori, Ciannameo

Questa la rosa del primo Catanzaro in Serie A nel 1971/72, allenatore Gianni Seghedoni. Sono passati ormai più di 40 anni e ancora adesso chi ha qualche primavera in più, se chiude gli occhi, li rivede sul manto erboso correre a perdifiato per quei colori e magari quella lacrima scende e gli ruba un attimo di quotidianità.

Banelli, la prima volta che lo contattiamo ci dà un'immagine di freschezza, di uomo per bene. E' entusiasta di poterci raccontare quella storia in esclusiva per TuttoLegaPro.com. La storia del suo Catanzaro. Un connubio che neanche il tempo ha potuto cancellare.

Colloquiando con lui, quando si parla di Mammì, lo senti esclamare a voce rotta dall'emozione. Gli anni sono passati, ma Adriano ha ancora vivi davanti agli occhi quei momenti, non li può e non li vuole dimenticare. Li ricorda molto bene e ogni tanto il brivido umano nel rivivere quell'avventura lo prende.

Salve Adriano, lei attualmente di cosa si occupa?

"Sono un promotore finanziario e faccio la spola tra Città di Castello e Catanzaro, dove ancora oggi vado per lavoro e quando capita la domenica, la partita la guardo sempre volentieri".

Torna spesso al "Ceravolo"?

"Certo, c'ero anche contro il Latina (1-3). Peccato per la sconfitta".

Cosa prova quando vi entra?

"C'è sempre l'emozione di aver vissuto qualcosa di fantastico: quelle mura, quel manto erboso non sono mai qualcosa di banale, non potrebbe mai esserlo, ma allo stesso tempo gli anni aiutano a mitigare tutto, così la passione lascia spazio ai ricordi, vivendo in maniera meno presente tutto".

Conosce l'attuale presidente, Giuseppe Cosentino?

"Non lo conosco molto. Ci siamo incontrati una sera ad una cena, ma fu uno scambio di convenevoli".

Se la sente di raccontarci quell'avventura?

"Con immenso piacere".

Le domande che ci eravamo preparati erano diverse, ma alla fine si va a braccio perché Banelli ci regala tanti aneddoti ed è un peccato chiudere tutto sul già prestabilito.

26 giugno 1971 ore 18:40; per la prima volta nella sua storia il Catanzaro è in A.

"Verissimo, però c'è tutta una storia dietro quella promozione. L'anno prima (1969/70) ci salvammo dalla retrocessione per la differenza reti, così la società fece quei due, tre innesti che ci diederò l'opportunità di fare il salto di qualità e alla fine fu una cavalcata esaltante".

Cosa successe dopo la partita?

"Lì per lì non ci rendemmo nemmeno conto di quello che avevamo fatto. I festeggiamenti c'erano, ma non avevamo la portata dell'evento. La sera andammo a mangiare in un ristorante vicino alla stazione. Prendemmo il treno la notte e arrivammo alla stazione di Lamezia la mattina dopo e ci accolse tanta di quella gente, che solo in quel momento capimmo realmente che cosa avevamo fatto. A Catanzaro si fece festa tutto il giorno e si andò avanti per una settimana".

Quell'anno in A non fu fortunato perché i giallorossi scesero subito in B, ma nonostante ciò si regalarano un'enorme soddisfazione il 30 gennaio. Quel giorno ce lo facciamo raccontare da Banelli e vi assicuriamo che è da brividi.

"Quella domenica dovevamo giocare contro la Juventus. Ricordo che in quella settimana aveva piovuto davvero tanto, una cosa inedita per Catanzaro. Noi ci eravamo preparati al meglio, visto che veniva la squadra più titolata dell'epoca, evento memorabile per questa città. Il sabato pomeriggio i giocatori della Juventus videro dal finestrino che il campo era in condizioni buone, perché l'erba nascondeva tutto, ma poi la domenica, arrivando allo stadio ci siamo accorti che era realmente tutt'altro: un vero pantano. La partita fu equilibrata, ed un pareggio sarebbe stato più giusto".

E poi arriva Mammì. Ricorda ancora l'azione?

"Certo! Mancavano circa sei minuti alla fine della partita, dalla bandierina andava sempre Braca. Io ero nei paraggi e ricordo che Angelo (Mammì) si avventò su quel pallone e poi sentii un boato enorme, terrificante, allora mi resi conto che avevamo segnato. Noi tutti a rincorrerlo per abbracciarlo, inconsapevoli di quello che avevamo fatto. Battere la Juventus oltre al prestigio era a quel tempo una sorta di rivincita sociale. Molti calabresi emigrati al Nord, videro in quella vittoria un momento di aggregazione e di rivincita nei confronti di chi li chiamava terroni".

Un gol importantissimo.

"Era il classico gol che solo Mammì poteva fare. Si gettava su palloni impossibili e se lei rivede le immagini, era impensabile andarci di testa, perché gli arrivavano degli scarpini in faccia. Ma Angelo era così, un ragazzo coraggioso".

Presidente di quella società era Nicola Ceravolo. Quale è il suo ricordo, lei che l'ha conosciuto?

"E' stato una persona che ha amato il Catanzaro, trattando i giocatori come se fossero dei figli. Uno dei più grandi presidenti che il calcio italiano ha avuto. Caratterialmente era burbero, ma aveva la passione per questi colori e io ne porto ancora oggi un ricordo meraviglioso".

Tanto da dedicargli il nome dello stadio. Per chi non lo sapesse, prima di chiamarsi "Nicola Ceravolo", quale era il suo nome?

"Stadio militare, perché nelle vicinanze c'era una caserma e i militari ci facevano gli addestramenti".

Abbiamo parlato di Mammì e del presidente Ceravolo, ma in molti si staranno chiedendo in che ruolo giocava Adriano Banelli.

"Potrei sintetizzare il mio ruolo nella canzone "Una vita da mediano" di Ligabue. In quel testo si parla di recuperar palloni e non avere i piedi buoni, ma quel brano è anche un modo di vivere, sempre a fari spenti, sapendo che il "10" non era la tua maglia e le luci si sarebbero sempre accese su di lui. Oltre a questo, io facevo tutti i ruoli in cui serviva, ero il classico jolly utile per tutte le circostanze, con piedi discreti".

Ricorda il primo giorno che è arrivato a Catanzaro?

"Certamente. Ero partito con una valigia di sogni e la voglia di dimostrare quanto valevo".

Il suo primo gol in maglia giallorossa contro chi è stato?

"Vado a memoria, quindi potrei anche sbagliarmi. Dovrebbe essere sempre a Napoli, campo neutro, contro il Taranto o contro l'Arezzo sempre in B".

Mentre in A?

"Le posso dire che alla prima di campionato esordimmo contro la Juventus, incassando un sonoro 4-2. Mentre il mio primo gol lo feci contro il Varese. Era la quinta giornata di campionato".

Come finì?

"Purtroppo per noi 1-1. Per loro pareggiò Carlo Petrini".

Parliamo un po' del contorno di quel calcio. Gli spostamenti per le partite al Nord come avvenivano?

"In treno. Per andare a Torino o Milano, si partiva il venerdì sera da Catanzaro alle 20:30 e alle 22:30 si prendeva il treno con le cuccette e si arrivava il sabato mattina. Durante la giornata si faceva una leggera sgambatura e la domenica si giocava".

Com'era il suo rapporto con la stampa?

"Pessimo, glielo dico con sincerità. Avevo preso il calcio come un lavoro, ero un mediano anche fuori dal campo".

C'era un punto di ritrovo per voi giocatori quando volevate radunarvi tutti assieme?

"Era difficile che avvenisse, perché gli scapoli andavano nelle trattorie della zona, mentre gli sposati conducevano una vita più riservata e familiare".

In 12 anni c'è stata qualche stagione che ricorda maggiormente?

"Per la promozione in A sicuramente il 1971/72. Poi ricordo l'anno 1975 perché arrivammo ad un passo dalla promozione in A, quando perdemmo lo spareggio contro il Verona. Si giocava a Terni e c'erano venticinque mila catanzaresi contro i tremila dei veronesi, assiepati su un angolo di stadio, per il resto tutto giallorosso. Fu una partita particolare perché poi nel viaggio di ritorno, due tifosi persero la vita in un incidente stradale. Lei pensi che quattro giorni prima, si svolgeva l'ultima di campionato contro il Palermo. Vincemmo con un mio gol a cinque minuti dalla fine e qualche ora dopo - lei pensi - mi sposai in una chiesa che era a pochi passi dallo stadio. Così tutti i tifosi accorsero lì, tanto che alla fine, invece di celebrare un matrimonio fu un casino incredibile, ma allo stesso tempo molto bello. E quattro giorni dopo perdemmo contro il Verona. Quanti ricordi stanno giungendo fuori".

Ricorda i suoi allenatori?

"Ho avuto Seghedoni, poi ci sono stati Giorgio Sereni (padre del portiere che ha giocato in A con Torino, Sampdoria e Lazio), Gianni Di Marzio, Dino Ballacci e Carlo Mazzone".

Il migliore?

"Sotto il profilo strettamente professionale sicuramente Mazzone".

Cosa le manca di quel calcio?

"Gli anni aiutano a smaltire le emozioni e viverle in maniera più distaccata, però quello era uno sport vero, mentre oggi è solo business. Una volta le squadre si ricordavano a memoria, dall'1 all'11 i ruoli erano quelli".

Ci faccia qualche esempio...

"Il 2 e il 5 erano solitamente i marcatori, il 4 o il 6 erano il libero e viceversa uno dei numeri era il centromediano metodista. Il 7 era l'ala tattica che doveva fare il lavoro sulla fascia contrapposto al terzino avversario che aveva il 3 mentre il 9 e l'11 erano gli attaccanti".

Visto che siamo in tema: Sandro Ciotti, Enrico Ameri. Cosa le ritorna in mente?

"Quel calcio, più semplice e sicuramente più umano, quando la radio era un tutt'uno con gli spettatori sugli spalti e con noi in campo. Quando c'era qualche attimo di pausa, quelle voci erano una melodia che ancora sento dentro le orecchie. Ciotti aveva un debole per il Catanzaro e soprattutto per Palanca, così ci trattava sempre con i guanti bianchi, quando andava in tv".

C'è qualcosa che non le piace di questo calcio?

"Che non mi piace no, magari provo un po' di invidia per il risalto che si dà ai giocatori. Adesso si possono allenare in maniera scientifica, mentre allora era tutto diverso, si faceva tutti sostanzialmente le stesse cose".

Lei ha fatto ben 12 anni a Catanzaro.

"Ma guardi che in quegli anni era normale giocare tanto in una società. Magari il mio è un caso particolare, ma quando ti accasavi in un club, almeno cinque, sei anni ci rimanevi. Però mi rendo conto che dodici anni sono davvero tanti".

Si sente una bandiera?

"No, le vere bandiere sono altri, ad esempio Massimo Palanca. Lui sì che ha fatto impazzire di gioia i tifosi catanzaresi".

Palanca arrivò nel 1974 al Catanzaro. Quale fu la vostra prima impressione?

"Eh lei mi fa tornare in mente una cosa curiosa su di lui. Arrivò questo ragazzo smilzo, tutto capellone con la barba. Noi più vecchi dello spogliatoio ci guardavamo negli occhi come per dirci: "Ma chi abbiamo preso qui?". Però poi sul campo si vedeva che ci sapeva fare, anche se i primi tempi in campionato non riusciva a dare quello che conoscevamo noi che lo vedevamo tutti i giorni. Così lo prendemmo sotto la nostra ala protettiva e con il passare del tempo ha poi fatto vedere di cosa era capace".

Qualche compagno di squadra che le è rimasto nel cuore?

"Per fortuna avevo un rapporto benevolo con tutti, quindi con molti sono rimasto in ottimi rapporti. Ad esempio Franzon, oppure Spelta, Braca, Vichi, Pellizzaro, Claudio Ranieri (ex allenatore di Roma, Inter, Juventus, Cagliari, Parma, ndr), lo stesso Palanca e mio cognato Fausto Silipo (ha guidato il Catanzaro dal 1987 al 1989 e nel 2007/08). Per fortuna con loro ogni tanto ci ritroviamo almeno due, tre volte l'anno nel casale in provincia di Siena di Claudio Ranieri".

Ricorda quando andò via?

"Non mi ci faccia pensare, fu davvero brutto. Non perché io volessi rimanere a vita lì, però dopo aver dato quello che ho dato per quei colori, almeno un saluto tra persone per bene. Invece non arrivò nemmeno quello e ricordo che ci rimasi molto male, tanto che ancora oggi è una cosa non facile da dimenticare".