E’ Morto Gianni Mura, nell’81 su “Repubblica” racconto del Catanzaro e di Bruno Pace

Si è spento all’età di 74 stroncato da un infarto improvviso
21.03.2020 12:50 di Leonardo La Cava   Vedi letture
E’ Morto Gianni Mura, nell’81 su “Repubblica” racconto del Catanzaro e di Bruno Pace

Lutto nel mondo del giornalismo e non solo. È morto Gianni Mura, giornalista e scrittore, dal 1976 storica firma di Repubblica. Mura, 74 anni, si è spento questa mattina all'ospedale di Senigallia (Ancona), per un attacco cardiaco improvviso. In queste ore sono tanti i messaggi di cordoglio, da tutto lo sport italiano e dei più importanti club italiani, Inter, Juventus, Roma a cui Mura dedicò molti servizi. L’inter, con una propria nota sul sito ufficiale, ha  dedicato un messaggio particolare a Mura: ''Ha raccontato pagine memorabili della storia del calcio, del ciclismo e dello sport in generale. Lo ha fatto con uno stile unico, accompagnando i lettori con i suoi articoli, le sue interviste e le sue rubriche cariche di spunti, arguzia, poesia.

    Una delle espressioni più grandi e migliori del giornalismo sportivo italiano. Non solo sport: ha portato il suo contributo e le sue parole anche su riviste di associazioni umanitarie, lasciando sempre un segno profondo''

La redazione di catanzarosport24.it e la tifoseria giallorossa si unisce al cordoglio. E lo vogliamo ricordare con uno dei suoi “racconti memorabili” dedicati al Catanzaro e al suo allenatore Bruno Pace, il 31 luglio del 1981 sulla pagina 13 di Repubblica.

Di Seguito Vi riproponiamo l’articolo integrale:

Furlano tutto d’un pezzo, gran rigore morale. A Bologna, quando giocava, un giornalista aveva soprannominato Pace il poeta, con largo anticipo su Claudio Sala. Per molti altri era il matto: troppi capelli, troppe donne, troppe sigarette, troppi scherzi, pochi gol. Appena cinque, in quasi duecento partite fra Bologna, Padova, ancora Bologna, Palermo e Verona. Nato a Pescara nel ’43 sotto il segno dei Gemelli, naso alla Gaber (dice lui) faccia da gitano, esce da un famiglia ex ricca.

“Avevamo molte segherie, poi siamo stati scavalcati e spiazzati dagli operai che coi prestiti delle banche avevano comperato le cucitrici automatiche. E i padroni, ciechi e sordi, continuavano coi chiodi tenuti in bocca. Io avevo cercato di proporre l’automazione, ma non mi lasciavano parlare: uagliò, stai zitto. E mi sono messo a fare il calciatore, trovando gli stessi muri. Ero riserva al Bologna, si parlava di donne e uno degli anziani mi ha rimbeccato: “Cosa vuoi parlare di donne tu, che non hai ancora giocato in serie A?”. Ecco, questo era l’ambiente, tutti i giocatori nuotavano sott’acqua e se uno appena alzava la testa era un casinista.

“Io ho smesso col calcio a ventinove anni. Stavo al Verona, retrocesso per quella faccenda della telefonata di Garonzi a Clerici. Mi sentivo demotivato, ho piantato lì. La gente a Verona non capiva, scusi se mi tocco. Dicevano: povero Pace, lo sappiamo noi perché smette così presto, ha un brutto male e vuole morire a casa sua. Invece di morire, toh, ho messo su un piccolo centro sportivo, calcio, tennis, queste cose. Cinque anni sono stato fuori dal calcio, poi m’è saltato in testa di iscrivermi al supercorso di Coverciano.

“Quella storia del brutto male insegna che le cose raramente sono come sembrano. Il Pace calciatore, per esempio. Dicevano che ero tecnico ma svogliato. Invece ero volenteroso ma scarso tecnicamente, avevo solo un gran fisico, e con queste ciabatte numero 44 non potevo fare i ricami. Si sta parlando di un Bologna con all’attacco Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Pascutti. Giocavo ora qua ora là, ho smesso senza sapere cosa ero. Oggi mi vedrei come cursore sulla fascia, ma non importa, non ho rimpianti.

“E nemmeno ho paura per il salto dalla C alla A. Il pubblico è tutto uguale, dopo tre domeniche se la squadra va male ti fischiano a Modena come a Catanzaro o a Roma o a Milano. I giornalisti arrivano qui in ritiro dandoci già per retrocessi, parlano di squadra debole e così via. Anche qui non è come sembra, io non cambierei il mio attacco con quello del Bologna, per dire. Penso che arriverà Victorino, sennò c’è un brasiliano come seconda scelta, ma io punto anche su Bivi e Palese. I giornalisti dicono: e chi cavolo sono? Ma due anni fa dicevano le stesse cose di Dossena e Ancelotti: chi erano? E adesso sono due che metterei dritti in Nazionale, dove c’è bisogno di scosse, di stimoli. A Coverciano vedevo gli azzurri: si muovevano come i membri di un aristocratico circolo inglese, una casta privilegiata. Perché in Nazionale, gira e gira, parla e parla, poi è come a Montecitorio, sempre le stesse facce.

Figurina-Calciatori-Panini-1971-72-Bologna-Pace“Ma quale matto? Io ero l’unico che protestava quando alle 10 meno 5 toglievano a tutti la luce in camera e mi giravo nel letto con gli occhi aperti fino alle due. Io non accettavo che per fumare una sigaretta ci si doveva nascondere al gabinetto, la fumavo davanti all’allenatore. Se era Oronzo Pugliese, vedeva rosso. Una sera, ricordo perfettamente, era al cinema Manzoni di Bologna, nel buio lo sentì gridare: “Pèce, ti ho becchèto” e mollò una sberla a uno che fumava e mi assomigliava. Lì veramente ero d’accordo con Bulgarelli, lui doveva fare la spia indicando un finto Pace. Un’altra ossessione erano i controlli telefonici. Io sostenevo che a casa mia avevo anche il diritto di staccare il telefono. Pugliese non mi trovava, anche se magari ero in casa, e mi vedeva perso in un vortice di peccato. La mattina dopo mi presentavo allo stadio e lui mi diceva: “Tu adesso per punizione fai trentasei giri di campo”. E perché, dicevo io. “Perché te lo dico io”, diceva lui.

“Dei tecnici che ho avuto ricordo molto volentieri Edmondo Fabbri e Gipo Viani per l’umanità, sapeva come prendere i giocatori. A me diceva: “Bruno, sparisci, vai tre giorni a casa, fai quello che ti pare, ma allenati bene perché domenica ti tocca Bertini”. E io, responsabilizzato, rendevo il doppio. Una volta, a Oslo, mi puntò un coltello allo stomaco durante la cena perché gli altri compagni scherzavano su un flirt tra sua figlia e me, era uno sketch più che altro. Fabbri, per tecnica e tattica, è il più bravo di tutti. Solo che è debole di nervi, appena una cosa va storta vede ombre e nemici dappertutto. Gli voglio molto bene. Una volta è stato sei mesi senza rivolgermi la parola. “Dov’è Mondino?” aveva chiesto uno entrando nella hall. È fuori, seduto sul bordo del marciapiede con le gambe penzoloni, avevo detto io, Fabbri era alle mie spalle e si è divertito proprio pochino. Dei tecnici attuali mi piace Liedholm, è calmo, intelligente, sdrammatizza tutto. Ma anche gli altri sono bravi, e se sono bravi non sarò io a dirlo che sono appena arrivato. Mi sembrano molto maturate le società. Il Brescia che retrocede e conferma Magni, la Lazio che non è promossa e si tiene Castagner sono due casi positivi.

“Il calcio ha successo perché tutti dicono quello che vogliono. Me compreso. Non ho ricette segrete, credo in quello che faccio e basta. Voglio un collettivo di giocatori responsabili. Non mi devono scassare l’anima col letto che cigola, con il latte che è freddo, con l’acqua che è calda, non sono queste le cose che contano e comunque se le risolvano da soli. Il calciatore è stato per tanti anni un pollo d’allevamento, se andava a fare un biglietto aereo per Londra garantito che arrivava a Bucarest. Io non sono il sergente di ferro che impone la disciplina, io voglio imporre l’autodisciplina e se trovo uno dei miei giocatori che fuma di nascosto gli dico che è un deficiente. Io li giudico sul campo, la loro vita è loro, e mi farebbero un gran favore se la piantassero di chiamarmi Mister. Ai miei tempi, molti dicevano signor Mister, che è pure peggio.

“Come allenatore la lezione più importante, spero l’ultima, l’ho ricevuta da un giocatore a Modena, Guidazzi si chiama. A Modena avevo l’abitudine di passare dopo cena da casa di qualcuno dei giocatori. Non per controllare, piuttosto per fare due chiacchiere in distensione, l’amalgama e l’ambiente si fanno anche così. Quella sera, Guidazzi era con una ragazza. Niente di proibito, guardavano la tv. Ho bevuto un bicchierino con loro, poi uscendo ho picchiato l’indice sul mio orologio, erano le dieci e mezza, non bisognava essere Einstein per intuire come sarebbe finita la sera di Guidazzi. “Pensa all’allenamento” gli ho detto, o qualcosa del genere. E lui: “Mister, quello che faccio o non faccio a casa mia sono totalmente affari miei. Sul campo sono affari suoi e si regolerà come crede”. Bravo, gli ho detto, complimenti, questo è parlare da gente seria. E infatti ha poi giocato tutte le partite di campionato. Ecco, una squadra seria si fa con gente seria, niente frignoni o furbetti, io sono mitissimo ma se cercano di fregarmi l’incollo al muro. Questo è il programma numero uno: prevede la salvezza con dignità”.

Gianni Mura