Stadio Ceravolo, quale volto, quale futuro?

Ulteriore e dettagliato contributo alla questione "Ceravolo". Ristrutturazione o stadio nuovo? I pro e i contro delle due ipotesi riguardanti la casa del Catanzaro calcio
10.02.2020 17:30 di Redazione CatanzaroSport24 Twitter:    Vedi letture
Fonte: Francesco Grande
© foto di Luigi Putignano/TuttoLegaPro.com
Stadio Ceravolo, quale volto, quale futuro?

Lo Stadio Nicola Ceravolo centouno anni di vita. Oltre un secolo sulle spalle e come suol dirsi li dimostra tutti. Ma non si può fare nessun tipo di considerazione sull’attuale “stato dell’arte” se non si ripercorrono, sia pur fugacemente, le tappe che hanno condotto il nostro Stadio ad essere considerato quanto meno inadeguato se non vetusto.

Dal lontano 1919 quando i “calciatori cittadini” dopo un decennio di partite estemporanee ed allenamenti nelle piazze e nei giardini privati “rubarono” ai militari del Regio Esercito questo spiazzo di terra battuta, si passò alla faraonica inaugurazione dello Stadio Divisionale del 1924 in cui il nostro amato Stadio assurse al ruolo di “invidiata ed ammirata” struttura per la pratica dello sport in genere e del calcio in particolare nell’intero panorama nazionale e soprattutto meridionale.

Da lì fino alla promozione in A del 1971 prima e della successiva promozione del 1976 (in cui il vulcanico Di Marzio emulo del più noto Helenio Herrera si calò anche nel ruolo di ispiratore, progettista e direttore dei lavori) vide la crescita esponenziale della sua capienza e della infrastruttura fino alla dimensione che oggi conosciamo.

Nella seconda parte degli anni ’90 con l’avvento di nuove normative (di respiro europeo dopo i drammatici fatti dell’Heysel prima e di Hillsbrough dopo) tendenti a ridisegnare i criteri di sicurezza degli spettatori negli impianti di calcio, lo Stadio Ceravolo inizia a palesare le sue lacune. La capienza da oltre 30.000 posti in piedi scende a circa la metà in virtù dei nuovi “soli posti a sedere”. E’ un ciclone che travolge tutte le strutture calcistiche del paese con la sola esclusione degli stadi di Italia ’90 dove gli interventi di adeguamento sono minimi dal punto di vista dell’impatto e marginali sotto il profilo dei costi.

In particolare nel biennio 1998/99 la prima amministrazione Abramo, con l’assessore al ramo Tony Sgromo, approva il progetto di ristrutturazione dello stadio in tutti i 4 settori che porterebbe la capienza a 18.000 posti. Questo progetto, sicuramente funzionale ed in linea con la normativa dell’epoca trova pareri discordanti, uno in modo particolare è quello della capienza esigua rispetto ai 30.000 del decennio di serie A, ma questa considerazione alla luce delle mutate esigenze si sarebbe rivelata errata. Oggi nessuno stadio ha la capacità ma soprattutto la reale esigenza di accogliere spettatori in numero paragonabile ai decenni ‘70/80.

L’ipotesi di una pronta ristrutturazione rallenta soprattutto per le lungaggini burocratiche connesse alla pratica di “sdemanializzazione” del suolo (poco più di 37mila metri quadrati) su cui insiste il Ceravolo fino ad allora di proprietà dello Stato in quota Ministero delle Difesa. Arriva la fulminea promozione in serie B e successive 2 stagione in cadetteria nella gestione Parente a dare l’idea di come uno Stadio di poco meno di 15mila posti sia inadeguato in una piazza come quella di Catanzaro pronta ad infiammarsi con la conseguente ricerca di un tagliando d’ingresso che non c’è.

Ma i sogni degli impianti sportivi Italiani, naufragano ufficialmente con una nuova legge dello Stato nel testo “Modifiche ed integrazioni al decreto del Ministro dell’interno 18 marzo 1996, recante “Norme di sicurezza per la costruzione e l’esercizio degli impianti sportivi”, ai più noto come Decreto Pisanu. Un pastrocchio messo in piedi da gente che sicuramente non aveva mai frequentato uno stadio di calcio e che nella sua miopia (le ristrutturazioni compartimentali italiane richiedono tempi di applicazione sul breve, medio e lungo periodo) sanciva sostanzialmente un taglio vastissimo (una aliquota tra il 50 ed il 75%) sulla capacità di accoglimento di folle a strutture che per un secolo erano state piene letteralmente come un uovo senza che nessuno riportasse danni alla propria salute. Come dire “ci sono gli incidenti stradali non facciamo circolare le auto, vedrete che i dati statistici conforteranno la nostra scelta!”

I più maliziosi (e sono la stragrande maggioranza) videro in quel decreto un assist, neanche troppo velato, all’emergente potere delle reti televisive a pagamento satellitari che intercettando una massa enorme di “senza biglietto” offrivano una valida alternativa al rischio di incolumità fisica con la fruizione di un bene nella sicurezza fisica del proprio divano di casa.

L’applicazione “del Pisanu” portò ad una prima riduzione a 7.499 posti nel 2008 fino alla totale chiusura dello stadio nell’ultimo anno di vita della F.C. Catanzaro per la non applicazione della nuova norma.

Si ripartì con la nuova gestione e con gli interventi prima con gli adeguamenti strutturali richiesti, poi col rifacimento parziale dei distinti, infine con la realizzazione della palazzina sala stampa, biglietteria e campo B.

Oggi il Ceravolo ha una capienza di 14.650 posti e in molti si domandano se non abbia fatto il suo tempo.

Desiderando effettuare una attenta analisi della situazione e senza voler essere condizionati da valutazioni di carattere sentimentale o di radicale razionalità, pensiamo che vi sia una via di mezzo percorribile per mantenere lo stadio nella cinta cittadina avendo comunque una struttura funzionale e rispettosa delle norme vigenti e ancora perfettamente integrata in un quartiere ad alta densità abitativa e popolata da strutture di primaria importanza come l’Ospedale Civile cittadino, il maggiore cimitero della città, l’Istituto penale minorile e il Comando provinciale dei Vigili del Fuoco.

Sul Ceravolo ogni intervento eseguito dagli anni ’90 ad oggi è sempre stato di carattere emergenziale, in quanto tale l’amministrazione comunale e i progettisti sono stati chiamati ad inseguire problemi già emersi nel tempo ed a cui bisognava porre rimedio. Gli ultimi interventi che hanno anticipato i tempi sono quelli delle promozioni in serie A. Questo carattere ha dato agli interventi fatti la pecca dell’inconcludenza tipica di questo approccio. Gli interventi non hanno mai guardato alla problematica Ceravolo a 360 grado o con una visione di ampio respiro che in passi cadenzati e successivi potesse dare alla struttura una capacità di crescita e sviluppo definitivo, ma sempre e solo interventi sul particolare.

Vogliamo citare alcuni casi. Sul finire degli anni 2000 vi è stato un sostanziale intervento sul settore distinti. La logica ed una visione al futuro avrebbe comportato (magari anche con tempi di intervento più lunghi) che si pensasse ad una demolizione totale e riedificazione del settore con tecnologie più rapide e snelle nei volumi. Il misto struttura in acciaio e cemento armato precompresso (non i famigerati tubi innocenti, ma strutture portanti in acciaio come avviene in Inghilterra o come è stato per lo stadio di Rieti) consentono di godere di maggiori spazi, contenimento dei costi e tempi di realizzazione rapidissimi. Invece si è corsi a fare quello che non si doveva fare. Demolizione di una porzione consistente di spati (quella che insiste sugli spogliatoi) riedificazione in cemento armato tradizionale. Risultato stessa capienza del settore e nessuna apertura a nuovi spazi integrativi da e verso gli altri due settori di curva, una spesa comunque eccessiva rispetto al risultato ottenuto e soprattutto nessuna rimozione delle infiltrazioni di acqua negli spogliatoi che erano stati il motivo dell’intervento.

Stessa cosa per il credito sportivo conseguito nell’era Cosentino per gli interventi che hanno portato alla realizzazione della palazzina del campo B e dei botteghini. In quell’intervento sono stati posti in primo piano non esigenze della struttura, ma le esigenze/richieste di una Società calcistica, con la realizzazione di un campo B in sintetico, di fatto inutilizzato ed inutilizzabile per le ridotte dimensioni del campo. Una palazzina sì necessaria, ma non con quei volumi e con il conseguente impatto architettonico a lavori ultimati. Di fatto un intero piano (un altezza di circa 4 metri) del tutto inutile destinato a futura sede sociale e di fatto mai utilizzato. Il fato volle che le somme a disposizione non bastarono a soddisfare una ennesima richiesta della società, la realizzazione di una foresteria nonostante l’amministrazione Abramo dell’epoca si era detta disponibile a fornire immobili di proprietà comunale già realizzati allo scopo di accogliere le giovani promesse del Catanzaro che necessitassero di un soggiorno in città per svolgere il duplice ruolo di atleti e studenti.

Ma torniamo a su cosa fare del Ceravolo.

Dargli una seconda vita o buttarlo nel secchio dei rifiuti cedendo alla sirene della realizzazione di un nuovo stadio fuori città.

Per fare ciò non si può prescindere dal mettere in fila e a confronto gli elementi positivi e negativi di entrambe le scelte.

Ristrutturare il Ceravolo

Lo stadio nell’attuale posizione ha il vantaggio di “sfruttare” il suo fascino storico, da quando si fa calcio in città il luogo, il tempio è sempre stato quello.

Ha il vantaggio di prevedere spese per le sole demolizioni e rifacimenti degli interventi.

Ha il vantaggio di fornire ricadute economiche e di carattere sociale direttamente sul tessuto cittadino, basti ricordare il fiorire di attività commerciali che nel triennio di gestione Parente si palesarono come indotto dei successi in serie C e delle due stagioni di serie B, in cui ogni 15 giorni in città “piombava” una massa di 15/18mila persone che consumavano calcio e consumavano generi di prima necessità.

Ha il vantaggio di concedere ad una larga fetta di spettatori di potersi recare allo stadio a piedi come da tradizione.

In caso (ci si augura mai) di situazioni reali di pericolo per gli spettatori di godere di una prossimità estrema con il nosocomio cittadino e con la caserma dei Vigili del Fuoco che in una cruda visione del problema significa salvare molte vite umane.

Gli interventi pensati e realizzati per lo stadio produrrebbero, se progettati saggiamente e con visione globale a 360 gradi, ripercussioni positive su tutta la parte nord della città.

Di contro gli interventi da effettuare come abbiamo detto sono sostanziali e non possono riguardare un singolo settore senza impattare gli altri e soprattutto senza impattare il circondario urbanistico della struttura.

La capienza massima raggiungibile non si dovrebbe discostare in molto di più di 18.000 posti a sedere (ricordiamo che la capienza minima richiesta per disputare un torneo di serie A è di 16mila posti).

Richiede una forte sinergia tra Forze dell’ordine, società US Catanzaro, Amministrazione comunale, associazioni di categoria e cittadinanza tutta qualora gli interventi elevassero lo stadio a 18mila posti e qualora la squadra affrontasse più auspicabili tornei di serie B o meglio ancora di serie A, al fine di garantire sicurezza e fluidità allo svolgimento della manifestazione sportiva in estrema sicurezza e godibilità dello spettacolo.

Un nuovo stadio

Una struttura decentrata avrebbe il vantaggio di creare uno stadio di capacità maggiore.

Maggiori spazi da destinare ad attività commerciali strettamente connesse allo stadio, ma che vista la delocalizzazione rispetto ai flussi quotidiani vivrebbe di luce propria solo durante le manifestazioni stesse.

Accessibilità maggiore per chi viene da fuori città per assistere alle gare.

Minore rischio di interferenza fra i flussi specifici di uno stadio (atleti, addetti ai lavori, giornalisti, tifosi locali e tifosi ospiti).

I contro sarebbero la identificazione dei suoli su cui realizzarlo che non sono moltissimi e soprattutto che non sono immediatamente nella disponibilità dell’amministrazione comunale.

Studiando i luoghi a disposizione le uniche aree disponibili sarebbero sulla zona di Germaneto, sulla direttrice Barone/Motorizzazione/Alli, senza voler tendere l’occhio ai limitrofi comuni San Floro/Borgia sul versante ovest e di Simeri Crichi sul versante est.

L’acquisizione di queste aree comporta procedure espropriative che hanno un costo considerevole e che spesso producono lungaggini burocratiche quando anche una sola della ditte espropriante presentasse opposizione alla procedura stessa.

Maggiori costi di realizzazione della struttura per la realizzazione di opere primarie e di urbanizzazione, che giova ricordare in Italia si attestano a circa 1.000 € per spettatore in stadi da 10 a 25mila posti. Per cui l’ipotesi di realizzazione di uno stadio da 20.000 posti produrrebbe previsioni di spesa da 20 milioni di euro e anche più.

Una fisiologica disaffezione e lenta riacquisizione di un senso di appartenenza e identitario nella tifoseria per una struttura senza bagaglio storico come avviene a tutte le latitudini del panorama calcistico mondiale.

A ben vedere la questione “Ceravolo rivitalizzato Vs. Stadio nuovo” può avere sostenitori per l’una o per l’altra tesi. Sta di fatto che la vicenda non può prescindere da un tavolo di confronto e di sviluppo della problematica con le varie anime della vicenda. US Catanzaro e Comune di Catanzaro in primis, ma con il contributo fondamentale di tifoseria, Forze dell’Ordine, commercianti e cittadini tutti. Pratica non comune dalle nostre parti ma che si rende quanto mai necessaria anche alla luce delle informazioni di corridoio che minacciano la chiusura di un settore fondamentale dello stadio quale la Tribuna coperta, con nocumento delle casse sociali e con la inopinabile situazione di avere comunque uno stadio insufficiente alle reali richieste qualora le Aquile traguardassero i successi sperati con l’approdo in una categoria superiore.

Francesco Grande