Tanti auguri O'Rey

Oggi compie gli anni l'unico vero imperatore della Ovest
21.08.2017 12:46 di Domenico Sorrentino  articolo letto 853 volte
Tanti auguri O'Rey

Buon compleanno O’Rey unico vero imperatore della Ovest e di Catanzaro. A Catanzaro è ancora una leggenda, non solamente per come giocava a pallone, ma soprattutto per il modo di parlare e confrontarsi con le persone. Per tanti è ancora il re del pallone della città tra due mari e anche se oggi è tornato a vivere nella tranquilla Camerino, Massimo Palanca non verrà dimenticato facilmente. Comincia da Porto Recanati, la storia di Palanca: Non ancora maggiorenne, Palanca va a giocare a Camerino, in Promozione: guadagna 15mila lire al mese. Non è male, e allora va a fare un provino a Frosinone: lo fanno giocare mezzala, lui attaccante, e non impressiona, ma lo prendono comunque: è l'estate del 1973, in Ciociaria viene staccato un assegno da 15 milioni di lire per il ventenne Palanca, che arriva in Serie C e guadagna 120mila lire al mese. Passa un anno, diventa capocannoniere con 18 gol. Sapeva che sarebbe durata poco, che le antenne delle categorie superiori l'avrebbero intercettato: c'era già un accordo con la Reggina, in cui sarebbe andato a giocare se non fosse retrocessa. Cosa che successe. E allora, su piazza, Palanca si guarda attorno: si fa avanti il Catanzaro, squadra giovane e ambiziosa: ci pensa, e Calabria sia: il Frosinone vede maturare l'esborso dell'anno precedente, i 15 milioni diventano 120. E il ragazzo, ventunenne, firma un contratto da un milione al mese. Il Catanzaro rampante guidato dal giovane mister Gianni Di Marzio, con il giovane Claudio Ranieri da terzino destro, fallisce la promozione il primo anno: Palanca segna quattro volte. L'anno buono è il successivo: 11 reti dell'attaccante, promozione in Serie A. Si va a giocare il calcio di lusso. Dura il tempo di un'annata: poi la retrocessione, l'immediato ritorno, e la voglia di restare fra quelli che contano. L'annata è il 1978/1979: a Catanzaro Palanca è 'O Rey, o il folletto, perché è un metro e settanta e di piede porta il 37. La Curva Ovest ne fa un idolo, e lui ripaga con il gol. Un giorno di marzo ne fa addirittura tre: è l'unica volta che gli riesce, in Serie A. Ma l'occasione è di quelle da non dimenticare: è all'Olimpico, contro la Roma. Sulla panchina calabra c'è Mazzone, il Catanzaro ha un punto in più degli avversari in classifica. Finisce 1-3: Palanca, Di Bartolomei su rigore, Palanca, Palanca. Il primo, dopo cinque minuti, manco a dirlo, su calcio d'angolo. Dopo tre anni giocati ad alti livelli in massima serie, per il folletto è il momento del grande salto: nel 1981, a 28 anni, lo vuole il Napoli: il presidente calabro Ceravolo lo lascia andare senza rammarico, sapendo che è la conseguenza naturale dell'essere un giocatore di livello: gli arrivano un miliardo e 350 milioni più la metà di Cascione: molto, molto di più di quanto spese sei anni prima per acquistarlo dal Frosinone. Ma sotto al Vesuvio per Palanca non saranno tempi semplici. Anzi: dopo un primo anno in ombra, va in Serie B, in prestito al Como: anche lì poche luci, e il ritorno al Napoli, e tempo tre anni si ritrova a giocare a Foligno, in C2. Ma certi amori non finiscono, ci mancherebbe: è il 1986, il Catanzaro del nuovo presidente Albano gira male, è in Serie C: periodi brutti per entrambi, per il giocatore e per la squadra che l'ha lanciato: è il momento ideale per un nuovo abbraccio. A fine stagione il Catanzaro rimane in Serie C1, ma la squadra è di nuovo competitiva e torna in B. Si sente odore di miracolo quando, nell'87-'88, i ragazzi di Guerini sono in lotta per il ritorno in Serie A, che viene però solo sfiorata. Palanca resta altri due anni prima di ritirarsi definitivamente: ora è nelle Marche, gestisce un negozio di abbigliamento con la moglie e fa l'osservatore federale, studia i ragazzini che diventeranno i campioni di domani. E ha sempre una storia da raccontare, con le labbra che si muovono sotto i baffi, rimasti lì da sempre, pronte a parlare di quando andava sulla bandierina, metteva il pallone sulla lunetta, e nessuno sapeva come sarebbe andata a finire.